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Una storia ancora da raccontare

("Chissà se c'è figa a Baghdad")
pubblicato mercoledì, maggio 21, 2008, 01:43 in misteri
“Un’eredità importante: il testamento di Enzo Baldoni con cui ho diviso, proprio su questo sito, l’ultima avventura della sua vita”. Uno spunto perchè la vicenda di Enzo torna continuamente d’attualità e lo farà per molto - credo - confidando che vengano alla luce tante altre tessere del puzzle iraqeno. E’ del 13 maggio 2008 un’esclusiva di “Democracy Now!” in cui un ex graduato dell’intelligence militare (USA) rivela che l’Hotel Palestine di Baghdad era stato inserito in un elenco di possibili obiettivi prima dell’uccisione di due giornalisti. Si ricorderà che, appunto nel 2003, un carro armato americano bersagliò inopinatamente quell’albergo. L’operazione, accidentale secondo il Pentagono, provocò la morte di un cameraman di Reuters, Taras Protsyuk e di un cameraman di Telecinco, Jose Couso. L’amministrazione Bush negò poi di consegnare i responsabili dell’attacco al Palestine per un processo all’estero (né i militi sono stati mai incriminati negli Stati Uniti). Inutile sottolineare che l’episodio ce ne ricorda un altro del nostro recente passato iraqeno: l’impunità accordata ai responsabili dell’uccisione di Nicola Calipari e del ferimento di Giuliana Sgrena. Più in generale e traendo spunto dall’attacco al Palestine, una ex sergente dei servizi di informazione USA, certa Adrienne Kinne, rivela quindi ora a “Democracy Now!” di non aver visto solo l’elenco secondo cui il Palestine era un possibile bersaglio (particolare inconciliabile col fatto che tutti sapevano che l’Hotel era solito ospitare i giornalisti), ma anche che in quel periodo (2003 - 2004) erano sotto controllo tutte le possibili comunicazioni di ONG e di giornalisti, anche americani, in Iraq. La Kinne prestava allora servizio a Fort Gordon, in Georgia, e la missione in cui era coinvolta con un’altra ventina di persone includeva l’intercettazione di tutte le comunicazioni satellitari in Iraq e Afghanistan. Si trattava - dichiara - di migliaia e migliaia di conversazioni e dell’identificazione di altrettanti numeri correlati ad ogni genere di attività in corso in quei paesi. Precisa infatti la Kinne: “Nel corso del tempo, visto che lentamente cominciavamo ad identificare numeri e loro titolari, la che mi diede gran preoccupazione fu che cominciavamo a trovare sempre più numeri che non appartenevano ad alcuna organizzazione affiliata al terrorismo o alle milizie iraqene e afghane e simili, ma ad organizzazioni per gli umanitarie, Organizzazioni non governative, compresa la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, Medici Senza Frontiere ed una gran quantità di organizzazioni per gli aiuti umanitari. Ed erano inclusi anche i giornalisti”. La conversazione (agevolmente reperibile in rete, trascrizione compresa) dura a lungo e sono molti gli spunti meritevoli di approfondimento. Ma non è difficile immaginare perchè l’ho collegata agli ultimi giorni di Enzo. Pipistro
pubblicato martedì, aprile 15, 2008, 14:33 in enzo
pubblicato lunedì, aprile 14, 2008, 14:42 in dediche
Chissà come si muore in Iraq, e dove, quando una mina esplode sulla via di Baghdad, il fuoco si mischia alla polvere, i compagni di viaggio tirano dritto, e di te non si sa più nulla, se non che non sei morto lì, perché t’hanno rapito e poi ucciso altrove. (...) Sono passati quasi quattro anni, e del corpo di Enzo, in Italia, non è tornato che un frammento osseo. Gli è stato negato anche quel funerale che con bella penna sognava sul suo blog assomigliare tanto a una festa, con tutti gli invitati vestiti d’abiti colorati, buffet e balli e perché no, nuovi amori. La bara che alle otto di sera viene portata via in punta di piedi, senza tante cerimonie, con la musica che continua a suonare, e lo farà fino a notte inoltrata. E poi, le ceneri in mare.Niente di tutto ciò. Le sue ossa sono rimaste chissà dove, in Iraq, tra il deserto e le spezie, a calcinarsi al sole di quel paese tormentato. Lavinia Farnese
pubblicato lunedì, aprile 14, 2008, 13:09 in premi

Perugia - Uno spirito libero, non inquadrato nei meccanismi professionali, una risorsa preziosa per un mestiere che rischia di scomparire dalla strada per trasferirsi al desk, rinunciando alla testimonianza diretta per riferirsi sempre più a poche fonti generalmente omologate. Insomma, Enzo Baldoni ha lasciato un patrimonio che non va disperso. Il tema era “Una storia ancora da raccontare” e ci siamo resi conto tutti che la storia è davvero ancora tutta da scrivere perché il destino di Baldoni è diverso da tutti gli altri colleghi morti per raccontare. Forse proprio perché non era un collega in senso stretto, ma un viaggiatore entusiasta di andare in giro per il mondo difficile a capire per poi raccontarlo agli altri, Insomma, un cronista di razza. Ce ne sono tanti come lui, forse non altrettanto geniali, ma sicuramente spinti da una grande curiosità che deve restare la molla vera del nostro mestiere. Così, abbiamo deciso due cose. Intanto, di dedicare d’ora in poi, sempre a Baldoni questo premio di Perugia perché il festival internazionale del giornalismo è diventato un crocevia ricchissimo di esperienze alte e poi perché questa era la sua terra, come ha ricordato l’emozionatissima Ida, la sorella. L’altra decisione, per ora solo un progetto da definire organizzativamente, è di allargare il concorso a tutti i “viaggiatori”, non solo dunque agli studenti di giornalismo ma a tutti quelli che hanno la stessa passione di Enzo. Credo che sia l’unico modo per onorarlo veramente. Insieme a uno sforzo che portiamo avanti da tempo ed ora nobilitato dall’intervento del presidente Napolitano: batterci per la restituzione del corpo. Da ultimo compagno di viaggio, so bene che a Enzo sta pure bene restare in Mesopotamia, ma chi lo ha amato e lo ama ha il diritto di piangere sulla sua tomba. In fondo, piacerebbe anche a lui perchè tutta quell’ironia su cerimonie e funerali era solo una maniera per esorcizzare la grande fifa. Fra i tanti regali che mi ha lasciato c’è anche questo. La notte prima di Najaf mi ha convinto che avere paura, in certi posti, è normale. Per un cronista, ma anche per un viaggiatore.
Festival internazionale del giornalismo di Perugia. Premio “Baldoni, una storia ancora da raccontare”: i vincitori Lavinia Farnese ed Elvira Pollina per la sezione video con il documentario “Sotto il cielo di Baghdad”, Marta Zacchigna e Alessandra Giacomelli con la lettera al Presidente della Repubblica per la sezione carta stampata. Menzione speciale ad Antonio Benforte per la prima tesi di laurea su Enzo Baldoni. Giuria composta da Giuliana Sgrena, Pino Scaccia, Oliviero Bergamini, Francesca Ceci, Giorgio Santelli, Ida Baldoni, Roberto Morrione, Giuseppe Giulietti, Dante Ciliani, Claudio Moschin e associazione Ilaria Alpi.
pubblicato domenica, aprile 13, 2008, 22:31 in premi
Perugia, 13 aprile 2008 – Un riconoscimento ad “un’esperienza viva”, così Francesca Paci, corrispondente da Gerusalemme de La Stampa, ha parlato del premio dedicato ad Enzo Baldoni, rapito a Najaf in Iraq il 21 agosto 2004 dall’Esercito Islamico e barbaramente ucciso dopo 48 ore, istituito dal Festival Internazionale del Giornalismo. La giuria, composta da Francesca Paci, Giuliana Sgrena, inviata de Il Manifesto, Pino Scaccia, inviato speciale TG1, Oliviero Bergamini, inviato speciale TG3, Dante Ciliani, presidente ordine giornalisti dell’Umbria, Claudio Moschin della Televisione Svizzera Italiana, Giuseppe Giulietti, Articolo 21, Roberto Morrione e Mariangela Gritta Grainer, Associazione Ilaria Alpi, ha premiato il lavoro di Lavigna Farnese ed Elvira Pollina che per la sezione video hanno realizzato il documentario “Sotto il cielo di Baghdad” e la lettera al Presidente della Repubblica di Marta Zacchigna e Alessandra Giacomelli per la sezione stampa che ha peraltro avuto il merito di sollecitare l’intervento dello stesso Presidente. Menzione speciale assegnata, su segnalazione della famiglia del giornalista ucciso, alla prima tesi di laurea su Enzo Baldoni di Antonio Benforte. Durante l’incontro è stato proiettato il video “Una vittima dimenticata” realizzato da Claudio Moschin per la Televisione Svizzera Italiana che ha messo in luce uno dei punti oscuri di questa tragica vicenda: il mancato rientro in Italia del corpo del giornalista, di cui lo stesso Presidente Giorgio Napolitano ha sollecitato più volte la restituzione, chiesta anche dai famigliari del giornalista, rappresentati al concorso dalla sorella di Baldoni.
Enzo Baldoni era uno spirito libero, curioso, appassionato, non inquadrato in alcuna testata ma proprio per questo prezioso testimone di un conflitto che da entrambe le parti è costato e continua a costare enormemente in termini di vite umane. Pino Scaccia ha ricordato che sono in media 100 gli operatori del settore che perdono la vita ogni anno in Iraq e la maggior parte fa parte cioè di quella schiera irregolare, indipendente, non asservita all’informazione “istituzionale”. Il premio Baldoni non è quindi solo un riconoscimento ad un giornalista cosciente ed impegnato ma anche e soprattutto un monito a mantenere vivo lo spirito di un viaggiatore appassionato, che non si è “abbandonato alle omologazioni e agli effetti speciali”. Questo, come ha ricordato Giuliana Sgrena, è ciò deve essere la professione giornalistica, un esempio di onestà, coscienza e passione.
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